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Poche realtà geografiche, in Italia, consentono di giungervi da qualsiasi punto cardinale: da sempre, nella valle che prende il nome dal fiume che la solca, insistono diverse vie di terra, di fiume, di monti, di mare.

Questa connotazione ha permesso, da millenni, la fusione di etnie allogene, il passaggio o lo stanziamento di altre; in definitiva, la sua fortuna.

Oggi, tale caratteristica si è semplificata, a detrimento di peculiarità che nulla hanno a che vedere con mezzi di locomozione mutati: la dimensione del tempo, un paesaggio urbano collassato, simile a una microgalassia implosa.

Tuttavia, la maglia architettonica e culturale tessuta sul suo territorio, plasmato dall’acqua del fiume divinizzato e dal fuoco del Vesuvio, non è del tutto strappata. Parti sempre più estese vengono recuperate: la memoria delle tradizioni, dell’ambiente, del sapere, da riproporre agli abitanti e ai curiosi famelici d’arte, sempre alla ricerca di sapori perduti.

Da dove partire, dunque, alla “scoperta” della Valle del Sarno?

Potremmo iniziare dalle tre differenti sorgenti del fiume o dalle pendici del Saretto, il monte che sovrasta l’attuale Comune di Sarno. Fu in quei luoghi, tra le selve un tempo rigogliose e fitte intorno al secolare castello, che Jacopo Sannazaro ambientò Salices, un piccolo componimento poetico dedicato alle ninfe della classicità, tramutate dal dio Sarno nei sinuosi alberi per sfuggire agli assalti di irruenti satiri.

Una passeggiata pigra, nella primavera tarda o nell’incipiente autunno, dall’antico borgo sotto il castello fino all’appartata località Foce, appaga la vista con gli scorci aperti sul Tirreno, fino all’isola di Capri. Più a valle, l’escursione prosegue verso San Valentino Torio, dove le strade interne sono rese allegre e festose dagli originali murales che adornano tante facciate, altrimenti anonime, di caseggiati cittadini: citazioni dotte e accademiche nei soggetti iconografici si alternano a figure fantastiche, variopinte ed evocative.

Il piccolo parco pubblico invece, sistemato di recente, ruota intorno a un secolare castagno che ne costituisce l’autentico cuore pulsante. Poco oltre San Valentino, a San Marzano sul Sarno, un ulteriore parco urbano che dal centro prosegue lungo viale Roma, è scandito dalla presenza di robusti platani. Sotto le larghe chiome per decenni si passeggiava, spingendosi fino all’antico e imponente ponte sul fiume, più volte distrutto nel corso del XX secolo, durante il II conflitto bellico, per ostacolare e interrompere in tal modo le comunicazioni terrestri verso Scafati.

La campagna pianeggiante di Scafati a lungo è stata contrassegnata dalla presenza di innumerevoli case rurali, non ancora completamente fagocitate dal nuovo ordito abitativo.

Tutte, seguendo il medesimo schema architettonico delle numerose ville rustiche d’età romana, individuate e portate alla luce, conservano l’aia e le fresche celle vinarie, in attesa di un probabile riuso, in sintonia con il risanamento degli argini del Sarno cui erano strettamente legate.

A oriente, ormai già nel territorio che anticamente afferiva alla grande Nuceria Alfaterna – una delle città più note e floride della Campania antica – troviamo sui monti Lattari che chiudono la Valle a meridione, il Chianiello, ovvero un parco naturalistico ricco di sva- riate essenze arboree. Da questo elevato pianoro, situato nel Comune di Angri, i giovani, specialmente durante le ghiotte scampagnate del lunedì in Albis, spingono lo sguardo verso il litorale aperto di Castellammare, punteggiato dallo scoglio di Rovigliano e dall’inconfondibile prorompente quinta architettonica del Vesuvio. Da poco tempo, nei diecimila metri quadrati dell’esteso parco, l’Amministrazione comunale di Angri ha inaugurato anche la casa del guardiano, in modo da rendere più controllata l’area.

Proseguendo lungo il crinale del monte, si raggiunge Sant’Egidio del Monte Albino, paese che ha dato i natali ad Aniello Califano, compositore della celeberrima canzone napoletana Torna a Surriento. Il territorio comunale, dichiarato patrimonio dell’Umanità dal l’Unesco per i lussureggianti agrumeti, racchiude e protegge, quasi una sorta di oasi immersa nel verde, il minuscolo centro storico che ha elevato a simbolo cittadino la fontana marmorea con la raffigurazione del fiume Sarno, effigiato sotto divinizzate spoglie, durante il ciclo terreno e umano della vita. La strada moderna, fendendo la montagna, s’inerpica verso la vetta attraverso tornanti continui e oltrepassa il Comune di Corbara: appena dopo un’ampia curva ascendente, l’orizzonte in basso s’allarga a ventaglio sul pittoresco golfo di Napoli e sulle terre della Valle del Sarno; ancora una volta, in ogni ora del giorno, a dominare la scena sono le anse tortuose del Dragone (tale era il nome del fiume nel Medioevo) e il profilo dolcissimo del vulcano.

Il piccolo centro è abbarbicato sui costoni rocciosi:i minuti quartieri si sovrappongono l’un l’altro, riparati e nascosti dal ventre del monte.

Più a valle, la vociferante Pagani risuona dei mille echi ancestrali di riti sacri e profani, in una dimensione apparentemente confusa e caotica. Definita, non senza ragione, terra di santi,mercanti e artisti, vive tuttora la coralità della fede popolana, in un arcano bagno lustrale di passione collettiva, durante il Venerdì Santo. Anche al tempo di Alfonso Maria de’ Liguori, il santo avvocato del secolo dei Lumi, autore della tenerissima nenia Tu scendi dalle stelle, il calore umano era lo stesso di oggi.

Oltre Pagani, a levante s’incontra Nocera Inferiore, il centro più grande di tutta la Valle. Sulla città domina il Castello Fienga, a lungo residenza estiva di potenti. Nel maniero ebbero dimora re (Carlo I d’Angiò, Carlo Martello) e perirono regine recluse (si pensi alla sventurata vedova di Manfredi di Svevia, Elena degli Angeli Comneno tenuta prigioniera da Carlo I d’Angiò, fino alla morte, nel 1271). Trovarono ospitalità augusti scrittori (Giovanni Boccaccio fu ospite di Niccolò Acciaiuoli, intorno agli anni Sessanta del Trecento) e furono assediati papi (Urbano VI nel 1385), lungo l’arco intero di un millennio denso di eventi cruciali per la sorte di tutta la Valle.

Un illustre testimone del nostro tempo, Mimì Rea, scomparso da un decennio, ha ambientato tante storie ricche di carnale umanità nella sua Nofi, come poeticamente definì Nocera, senza distinzione alcuna tra quella Inferiore e la contigua Superiore. Quest’ultima cittadina – Nocera Superiore – è dominata dalla sagoma cilindrica della Rotonda, il suggestivo Battistero Paleocristiano di Santa Maria Maggiore, assurto a simbolo della cristianità dell’Agro intero. Eppure la Rotonda per secoli è stata parte integrante di un grandioso complesso architettonico che aveva nella cattedrale, prima sede episcopale nocerina, la sua espressione più alta. È pur vero che già verso la fine del 1300, Teodorico di Niem, lo storico teutonico al seguito di Urbano VI, la descrive isolata,in una landa deserta, laddove un tempo sorgeva il foro romano di Nuceria: “andando verso la città di Salerno che dista dal castello di Nocera otto miglia, nella stesa piana si ritrova una venerabile basilica presso la quale oggi nessuno abita e che è quasi del tutto priva di culto. Sembra che sia stata costruita in onore della Beata Vergine Maria e a somiglianza della chiesa di Santa Maria che si trova nella città di Aquisgrana”.

Ma il monumento non è l’unico presente sul suolo comunale che ricalca il perimetro urbano dell’antica Nuceria: un teatro ellenistico-romano e una ricchissima necropoli costituiscono finora il fiore all’occhiello di un’archeologia urbana proiettata verso il futuro.

Presto i monumenti più significativi dell’antichità di tutta la Valle del Sarno saranno restituiti virtualmente, in tutte le parti che li componevano e che attualmente non sono più visibili, grazie all’opera sinergica del Patto Territoriale per l’Occupazione dell’Agro Nocerino Sarnese, di specialisti italiani e dell’Università della Virginia.Vedremo rivivere la principessa protostorica dell’omonima deposizione rinvenuta a San Valentino Torio, il guerriero e la sua sposa inumati e dipinti nella tomba n.1799 (detta del Guerriero), il teatro ellenistico, piccolo gioiello architettonico, di Sarno; ancora un altro teatro, di dimensioni maggiori, a Pareti (Nocera Superiore), avrà innalzate di nuovo a boccascena, statue e colonne; cuspidi terminali, sime decorate, togati ed epigrafi funerarie ritorneranno al loro posto, lungo le pareti e nei recinti dei grandiosi mausolei della necropoli di Pizzone, sempre a Nocera Superiore. Anche il Battistero di Santa Maria Maggiore ruoterà nuovamente intorno al cilindro del tamburo che ne sorregge la cupola. E Villa Prete a Scafati? Gli ambienti in cui la vita bruscamente s’interruppe, in un giorno non ancora precisato dell’anno 79 d.C. sotto la pioggia devastante e funesta dei lapilli vesuviani, ritroveranno la loro funzione originaria e l’operosità che caratterizzava tutto il complesso rurale. Tutto, come una sorta di ingegnosa e perfetta macchina barocca dei tempi nuovi, stavolta non più pirotecnica ed effimera per produrre stupore e meraviglia, ma altamente didascalica e didattica.

Il viaggio, non sempre agevole tra i clamori del traffico nella conurbazione dell’Agro, volge a nord-est, in direzione di Roccapiemonte, doppiato il Solano, il monte a forma di pan di zucchero, come l’aveva apostrofato l’anonima viaggiatrice inglese, recandosi alla festa di Materdomini, nelle calende d’agosto del 1850.

Incastonata tra la vegetazione rigogliosa intorno, Roccapiemonte conserva un’aura di borgo signorile, nell’austerità dei palazzi, allineati per lo più lungo il corso Mario Pagano, nella sobrietà delle chiese e dell’aristocratica Villa Ravaschieri, residenza estiva dell’illustre famiglia patrizia mitteleuropea. Nella casa e nel parco, durante la II guerra mondiale presero stanza i locali comandi tedeschi, mentre poco lontano, a Nocera Superiore, in un’altra stupenda dimora, a Villa Lanzara, per un tempo breve i comandi inglesi tennero testa ai loro nemici. Da Roccapiemonte si giunge a Castel San Giorgio, o meglio nella frazione Lanzara, costellata di interessanti complessi architettonici che hanno come sfondo, alle pendici della montagna su cui si ergono i ruderi del castello medievale, la facciata e il giardino di Palazzo Calvanese. Il parco, restituito alla collettività, costituisce un bellissimo esempio di giardino mediterraneo: caratterizzato da finte rovine classiche, alberi secolari d’alto fusto e preziose essenze sistemate su terrazzamenti e balze, gravita intorno alla fontana centrale.In questa medesima prospettiva, poco oltre,ver so Siano, nel XVIII secolo fu impiantato Palazzo Conforti, che ha mutato da tempo la sua originaria funzione. A Siano termina la nostra escursione, confortati dalla rilassante frescura del Bosco Borbone o dei ciliegi, nella calura d’una notte d’agosto, durante la festa di San Rocco, quando il cielo s’illumina a giorno. I fantasmagorici fuochi d’artificio colorano di bagliori le tenebre: la Valle del Sarno risuona dei lontani e reiterati fragori.

La Redazione, gennaio 2008


Realizzato dalla Soprintendenza Beni Archeologici Salerno-Avellino e Benevento, nell'ambito del progetto pilota per la gestione dei beni complessi della Valle del Sarno di cui all'Intesa Istituzionale di Programma, finanziata dalla Regione Campania nell'ambito dell'Accordo di Programma Quadro - II atto integrativo all'APQ 'Sviluppo Locale'.

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